giovanni marino



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Biografia di giovanni marino


Giovanni Marino nato a Milano nel 1979.

Terminato il liceo ho studiato disegno e composizione pittorica con la pittrice-scultrice Mariella Convertini. Succesivamente ho superato i corsi universitari di : Laboratorio di Comunicazione visiva; Teoria e Storia del disegno industriale; Corso integrato di Disegno; Antropologia Culturale; Tecnologie di Modellazione e di Realizzazione.
Interessato alle possibilità creative della ceramica Raku, ho frequentato i corsi tenuti dall’artigiano artista Pietro Vita di Usmate, seguace del noto ceramista Nanni Valentini di Arcore. In seguito ho frequentato la Bottega artistica Jean-Baptiste di Olgiate Molgora. Nel 2007 ho partecipato con ceramiche raku e disegni a tecnica varia alla collettiva dell’associazione Cenacolo di Monza.
Attualmente mi sono concentrato sulla ricerca concettuale della ceramica Raku che ho esposto con successo in varie fiere e manifestazioni private. Tra queste la mostra collettiva "Frammenti" presso il prestigioso Spazio Taccori di corso Garibaldi 2 a Milano a Giugno 2012 ha ottenuto un discreto successo.

Giovanni Marino - La forza dell'argilla (una recensione)

Che la ceramica Raku sia legata, nella storia e nella cultura giapponese, alla cerimonia del tè, è cosa nota. Che il tè sia assurto a un’importanza tale, per cui la sua consumazione meritasse una cerimonia, è un fatto storico e culturale di un certo rilievo.
Intorno all’anno mille, il monaco buddhista Eisai, tornò dalla Cina, dove aveva studiato la dottrina Zen, con i semi della pianta del tè. A Kyoto li piantò nell’orto del suo monastero, e iniziò a diffonderne l’uso, convinto delle sue proprietà terapeutiche, prima fra tutte quella di favorire la concentrazione.
Spostiamoci in Europa, esattamente nello stesso periodo. Ci riferisce il frate Minore Salimbene de Adam, detto Salimbene da Parma, della felice espansione del proprio Ordine monastico in tutto il territorio francese. Come venivano suddivisi e organizzati i nuovi, numerosi monasteri? Così: alcuni si dedicavano alla produzione del vino, altri invece della birra. Difficile associare gli effetti di queste due bevande a un incremento della concentrazione, a una maggiore resistenza al sonno, all’acquisizione di una lucidità di analisi, di pensiero e di astrazione sempre più acuta. I nostri Minori, invece, avevano studiato il modo più piacevole -e calorico- di rendere il più sopportabile possibile il digiuno quaresimale. Ora et labora, prega e lavora, sii attivo e produttivo, questo è il germe proto-capitalistico quintessenzialmente occidentale di una religione che si fa azione, industria, commercio, autonomia economica, campi e poderi annessi alle abbazie, competenze raffinate e specializzate per mestieri da esportare fuori dalle mura del convento, potere temporale che esorcizza in tre sillabe (ora) la mortificazione della cura spirituale nel proprio percorso fideistico.
Il buddista si esercita invece alla non azione, alla graduale ma costante liberazione da ogni legame e distrazione mondana, alla ricerca di una profondità, di una pienezza spirituale che, soggiogando e addestrando il corpo alla moderazione, alla frugalità, al controllo delle pulsioni e dei bisogni inclusa la fame -e quindi l’ingordigia, “la gola” che a ragione è divenuta dalle nostre parti peccato capitale- permette all’asceta di raggiungere uno stato perfetto di armonia con gli altri, con il mondo, con l’universo.
Un oggetto ha un valore d’uso e ne ha uno simbolico. Un bicchiere e una brocca possono ricondurci ai goliardici banchetti romani o alle disputationes medievali. Una ciotola Raku invece, orienta a una liturgia autenticamente comunitaria in cui il singolo prevale quanto più si amalgama empaticamente con gli altri, quanto più si adegua rispettosamente alle regole della cerimonia.
Un bicchiere occidentale sarà tanto più apprezzato quanto più prezioso per i materiali e gli ornamenti, ed è così ancora oggi. Una tazza Raku sarà tanto più apprezzata quanto più sarà ‘comoda’, come suggerisce il significato stesso della sua denominazione, ovvero piacevole al tatto, gradevole e bella non solo da guardare ma anche e primariamente da accostare alle labbra e da tenere tra le mani, tutte e due, come si inscenasse un piccolo abbraccio. Le nostre tazze hanno piccoli manici per limitare il contatto: bastano due dita per afferrarle. Per noi è un vanto avere servizi da tavola numerosi.
Per un orientale non c’è valore nella quantità, ma nella compartecipazione e nella relazione: la tazza è una soltanto, e viene passata da un ospite all’altro. I convenuti non si limiteranno a sorseggiare gli infusi, ma osserveranno con attenzione la lavorazione e la decorazione Raku, che avrà sempre cura di lasciare la base non invetriata né colorata, per mostrare la sua originaria natura, la materia madre da cui proviene: l’argilla, materiale poverissimo, comune come la terra, lavorata dall’uomo da prima che nascesse la letteratura, anche quella orale.
La ceramica Raku nasce tra le mani, vive tra le mani. Sono loro, non gli stampi, che le danno forme e consistenza. Passa attraverso il fuoco, arriva a sopportare mille gradi di temperatura nei forni, subisce uno choc (termico) per rafforzarsi. Ciò che è stato creato va consolidato, non disperso né sostituito.
La parte ornamentale deve essere come la stanza da cerimonia del tè: sobriamente elegante, elegantemente sobria, essenziale e povera, non misera: nella povertà non manca nulla. Piccoli segni, dettagli che raccontano discendenze e storie estetiche di antenati e dinastie. Sono tutti presenti, nel silenzio assorto e nelle parole pensose, filtrate dal pensiero come le foglioline essiccate dall’acqua, al rituale di una piccola accorata comunità.
Giovanni Marino, occidentale per nascita e orientale per scelta e vocazione, non produce pezzi in ceramica. Officia il suo rito creativo, imprime nella più malleabile delle materie la forza calma della pace, della serenità, dell’equilibrio e della comunione più totale e armonica tra cielo e terra, tra distanze siderale e vicinanze tattili.
Svincolandosi da un mero processo imitativo, esplora forme e tonalità tutte sue, affinché diventino tutte nostre, condivise emotivamente prima ancora che intellettualmente. Gli opali madreperlati, gli intarsi di rossi infuocati tra lembi anneriti, le piccole maree turchesi che dilagano miti, la timidezza del grigio che sembra essere nato per far emergere gli altri pigmenti, flussi ondulati di malva e di verde primaverile, i bianchi ghiacciati, biaccosi oppure più tersi, la filigrana di venature scure nell’incavo di una tazza come fossero nel palmo di una mano, sono parte della tavolozza spirituale di G. M.: firma così, Giovanni. Si riduce al minimo per non sottrarre spazio all’opera e alla contemplazione con l’invadenza del suo nome e cognome.
Si contrae, ma senza spigoli. Occorre molta forza per smussarli, per essere se stessi riducendosi al minimo, disarmati di aculei applicati alle iniziali, e rimanere impressi.


Cristina Muccioli


Critico d’arte, Docente di Etica della comunicazione presso l’Accademia di Belle Arti di Brera.


Contatti

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ceramista raku
vive e lavora a Monza  (MI)
Telefono: 3280462297
Email: personalgiomail@virgilio.it
Web: www.marinoarte.altervista.org